Perché un’azienda dovrebbe introdurre iniziative di counseling per i propri dipendenti?

Un pensiero frequente dei manager potrebbe essere: “I miei collaboratori non hanno bisogno di alcun intervento di aiuto e, anche se fosse, lo possono trovare altrove, non qui, perché qui si lavora e i propri problemi devono restare fuori”.

In altri termini, come può il counseling fare “breccia” nelle realtà aziendali?

Convincere il management ad adottare iniziative del genere vuol dire innanzitutto parlare una “lingua” che possano comprendere, basata su termini come “produttività”, “assenteismo”, “stress da lavoro correlato”, “leadership”, “welfare aziendale”, “motivazione”, “work-life balance”, “rapporto capo-collaboratore”, “focus group”.

Si pensi ad un giovane counselor, senza esperienza aziendale, che proponga il servizio solo attraverso la definizione di counseling accennata sopra: “Vi offriamo questo servizio per rafforzare le capacità di autodeterminazione dei vostri dipendenti, attraverso un ascolto attivo per poter agevolare le fasi di transizione dagli stati di crisi”. Quante risposte positive si potrebbero riscontrare?

I manager delle aziende si rivolgono a professionisti per rispondere a specifici bisogni. Non cercano esperti di ascolto attivo, ma soluzioni ai loro problemi. Se si considera questo aspetto, presentando il counseling come opportunità di valorizzazione del rapporto tra azienda e dipendente, si troverà la chiave del successo.

Come?

Descrivendolo come un momento dedicato al collaboratore, che possa valorizzarlo come individuo e come lavoratore aprendo una parentesi nuova in quanto raramente si ha la possibilità di prendere tempo per riflettere sul proprio ruolo, sulla propria identità professionale, sulle relazioni lavorative e sulle emozioni, ansie o soddisfazioni legate alla propria quotidianità aziendale. La facilitazione del counselor in questo processo consiste nel far leva su questo momento per far elaborare la propria esperienza al dipendente e, al tempo stesso, aspirare a riflessi positivi anche sul modo di vivere il rapporto con il proprio lavoro, per compiere la propria professione in modo più funzionale e quindi più “produttivo”, “motivante” e meno “assente” o “stressante”.

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