Stretti tra le sfide organizzative, i risultati di budget, le risorse da gestire e le persone da coordinare, ai leader spesso resta assai poco tempo per se. Eppure non si può essere leader inconsapevoli!

Il management è una professione un po’ diversa dalle altre, perché non è richiesto sempre una grande specializzazione tecnico/verticale, ma al tempo stesso occorre tenere conto di dimensioni assai ampie, dalla gerarchia organizzativa al mercato, dai processi, ai rapporti con attori anche fuori l’organizzazione. In questo corri corri, si sono affermate in molti contesti stili di leadership che confondono l’aggressività con l’assertività, l’incapacità di ascolto con la determinazione, l’assenza di una vista di lungo periodo con il pragmatismo.

Se poi aggiungiamo anche la dimensione familiare e gli obblighi extra-aziendali, resta ben poco tempo da dedicare alla riflessione su se stessi.

Per essere leader effiaci e riconosciuti, d’altro canto, è importante anche sapere “risvegliare” una parte dormiente di sé che ha a che fare con la gentilezza, la comprensione e, soprattutto, il contatto con se stessi.

Un percorso di career counseling può aiutare il manager a uscire per un momento dal ruolo ricoperto e dedicare del tempo alla riflessione personale e alla comprensione dei modi migliori per agire quel ruolo di leader realizzando se stesso senza cadere troppo in stereotipi su ciò che il mondo esterno si aspetta da lui in quanto leader.

Infatti, tra le varie responsabilità affidare ad un leader, non si formalizza mai anche la responsabilità di capire se stesso.

Ma ci sono almeno 3 teorie che ci illustrano perchè la consapevolezza possa aiutare ad essere leader efficaci:

  • Richard Boyatzis definisce questo fenomeno come “Sindrome del sacrificio“, per il quale sotto il peso delle responsabilità esterne, è possibile “dimenticarsi” della sfera interiore; ci si sente il dovere di dare agli altri l’ascolto, l’empatia e la comprensione necessari, ma non a se stesso.
  • Al centro dell’intelligenza emotiva vi è proprio la capacità di capirsi e controllare efficacemente le prorpie emozioni. Tra le componenti dell’intelligenza emotiva, Goleman cita proprio la consapevolezza di sé (la capacità di produrre risultati riconoscendo le proprie emozioni) e il dominio di sé (la capacità di utilizzare i propri sentimenti per un fine).
  • La pratica del “mindfulness” consiste proprio nel ridurre l’impatto dello stress sul lavoro tramite la pratica della consapevolezza, anche attraverso la meditazione; le ricerche dimostrano importanti empatti sull’equilibrio personale e aziende come Google fanno anche del training ai dipendenti per imparare queste pratiche.

Insomma, essere consapevoli aiuta i leader a stare meglio, a essere presenti e a raggiungere una migliore produttività…perché allora non agevolare queste pratiche sia da parte el leader stesso sia da parte delle organizzazioni che possono attivare percorsi del genere a favore dei propri dipendenti?

Autore Luigi Ranieri, Coach e Counselor Bonsay

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