Le ricerche dimostrano sempre più il ruolo positivo che la gestione positiva delle emozioni può avere in contesti lavorativi.

Il corpo non mente mai, così come le emozioni che proviamo. I pensieri, invece, possono essere frutto della “storia” che ci raccontiamo, del “copione” che seguiamo nella nostra vita, delle bugie alle quali crediamo.

I clienti che seguono con me un percorso di counseling a Bologna spesso mi raccontano di essere trascinati alle proprie emozioni in un vortice all’interno del quale sentono di aver perso il controllo. Questo accade perché le emozioni sono involontarie .

Ma cosa sono le emozioni?

Sono stati mentali e fisiologici associati a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. La loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.

Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche).

Stante un determinato stimolo, dunque, la mente procede con una valutazione immediata che causa contemporaneamente una attivazione fisiologica (aumento battito cardiaco, sudorazione, rossore in volto) e un vissuto emotivo.

Per questo motivo, le emozioni sono una ricca fonte di informazioni e, anche se sono involontarie, possiamo provarle a gestire al meglio, e un Counselor può accompagnare il lavoratore in questo percorso di crescita emozionale facilitando l’individuo a seguire alcuni suggerimenti:

  • riconoscere in anticipo le emozioni: capita spesso di sentire “capogiri”, o un “pugno nello stomaco”, oppure il “ cuore che batte all’impazzata”; in questi casi possiamo imparare a fermarci, ad osservare cosa ci succede, ad accogliere l’emozione piuttosto che ignorarla e determinare, invece, un’evoluzione infelice della stessa;
  • provare a dare un nome all’emozione: con il cliente si può lavore su cosa significa per lui sentire un “pugno nello stomaco”? Se significa “rabbia”, allora la si chiamerà “rabbia”, in modo da prenderne maggiore consapevolezza;
  • chiedersi quale può essere una possibile origine di questa emozione: se l’emozione dipende da un bisogno soddisfatto o insoddisfatto, cosa determina quella “rabbia”? Le ferie negate, un comportamento scontroso del tuo proprio capo, una sicurezza che viene sempre negata? In questo l’individio potrà conoscere e gestire meglio il terreno dal quale le emozioni traggono origine, ovvero il mondo dei bisogni che abbiamo come esseri umani;
  • respirare lentamente e profondamente: durante un percorso di counseling si possono anche imparare delle tecniche di rilassamento per provare a partire dal corpo per influenzare la mente.

Ricordiamoci che le emozioni non vanno ignorate, ma vanno gestite. Questa è la differenza tra chi vive una vita con poco contatto con se stesso, e chi cerca di crescere come persona e professionalmente, accettandosi.

In questo articolo puoi approfondire le regole che governano le emozioni.

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