Per il momento una domanda da porsi è: come le regole del setting cambiano quando si passa dal counseling extra-aziendale a quello che avviene dentro le organizzazioni?

Il luogo fisico dove realizzare incontri di counseling deve essere adatto ad accogliere parole, corpi, gesti, emozioni. Per questo, è opportuno creare un ambiente personale e informale. Un’atmosfera rilassante può essere ottenuta grazie ad una luminosità opportuna, né troppo forte né debole e prevedendo un arredamento caldo, per esempio attraverso delle piante che diano un segnale di cura dell’ambiente.

Inoltre, il setting deve essere funzionale e flessibile in modo da garantire diverse opportunità. Ciò può essere garantito anche attraverso due poltrone o sedie disposte faccia a faccia, di comoda seduta, tra le quali non interporre ingombri. Il tavolo, invece, deve essere disposto lateralmente e può essere utile per poggiarci oggetti come fazzoletti, o un orologio (non visibile al cliente).

Quando si parla di counseling aziendale, in aggiunta a quanto suggerito finora, occorre trasmettere un senso di protezione e sicurezza, a garanzia della confidenzialità. Questo vale sia se l’erogazione è condotta da professionisti esterni sia (e soprattutto) se è il personale interno a occuparsene. Occorre, quindi, che il setting sia lontano dagli uffici dei colleghi del cliente o da altri luoghi carichi anche di valenze simboliche (gli uffici direzionali, ad esempio). Si immagini anche solo la passeggiata verso la stanza dove avverrà l’incontro di counseling attraversando poco prima il “corridoio” degli “uffici del personale”. È probabile che ciò non agevoli eccessivamente l’esplorazione personale. Meglio scegliere uffici più discreti.

Infine, l’ideale è avere un buon isolamento acustico, privo di rumori disturbanti, non sempre facile da conseguire nei normali uffici.

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